archivio - 09 maggio 2008
"Impastato, uno di noi trent'anni
fa e oggi"
da l'Unità:
Ciò che
stupisce di più nella storia di Peppino Impastato e nel racconto della sua
morte, è l’idea che da quella storia siano già trascorsi trent’anni. E
non per ciò che si usa dire sempre, cerimoniosamente, di fronte a storie
preziose e smarrite del nostro passato, e cioè l’attualità, il senso
profetico dei gesti e delle parole, le intuizioni... C’è anche questo,
certo. Ma Impastato lo sentiamo vicino soprattutto per tutto quello che va
oltre la sua denunzia politica, la sua battaglia contro la mafia,
l’infamia della sua morte. Ci risulta vicino il suo sguardo sulle cose che
accadevano, quello sguardo di rabbia e di sbigottimento, ma anche di
infinita leggerezza, uno sguardo fatto di cose vive, di pensieri densi, di
respiri profondi. È lo stesso sguardo sgomento e cocciuto che ci capita di
rivolgere oggi a questo paese, alle cose che accadono e che rotolano subito
via, lontane da noi. Peppino ci rassomiglia, e noi a lui, in quel suo modo
tenero e definitivo di non fidarsi più delle abitudini, dei codici
immutabili, di certe inevitabili rassegnazioni. Lui, siciliano di Cinisi,
che immagina, a sedici anni, di scrollarsi di dosso la pesantezza di quel
paese fatto di parole smozzicate, inerzie, silenzi. E che s’inventa un
giornale con il ciclostile per incollarci sopra, in prima pagina, il motto
della sua vita: La mafia è una montagna di merda! Ci rassomiglia, e noi
vorremmo rassomigliargli, nella corda pazza che gli vibra dentro e che gli
fa dire contro la mafia parole nette, chiare, esemplari, sguaiate, ironiche,
sprezzanti ma sempre profondamente vere.
Ecco: tu guardi cos’è la Sicilia adesso, il repertorio minuto delle
menzogne, i file elettronici per tenere aggiornato il catasto dei favori e
dei favoriti, il senso di allegra, impudente impunità che permette il
trasloco in Parlamento di sindaci e presidenti condannati dalla giustizia ma
assolti dai loro elettori: vedi tutto questo e ti immagini come Impastato,
in quel tempo lontano e profondo, doveva vedere le cose del suo paese, gli
appalti battezzati sulla pubblica piazza dal capomafia Gaetano Badalamenti,
la forza pubblica a braccetto con quella privata, la politica ridotta a un
gingillo, una statuetta di Capodimonte, cosa graziosa e superflua da
richiamare all’obbedienza quando c’è da stornare qualche miliardo di
lire o da decidere sulla terza pista di punta Raisi.
Per questo Peppino Impastato ci rimane fratello, maggiore ma prossimo. Per
quel senso di nausea che gli chiude la voce, gli annebbia lo sguardo e poi
si trasferisce alle cose da fare e da dire subito, al titolo sulla prima
pagina del suo ciclostilato, alle sue dirette da Radio Aut. Lo stesso
brivido di nausea che ci coglie quando vediamo gli epigoni di Badalamenti
gestire, oggi come ieri, i bandi di gara e le assunzioni negli ospedali, la
raccolte della munnizza e la scelta degli assessori comunali. Oggi come
ieri.
Solo che oggi Impastato non c’è più. È volato in pezzi una notte di
maggio, incartato nel tritolo della mafia. E se tornasse improvvisamente in
vita a recitare le sue allegorie e le sue bestemmie tra Cinisi e Palermo,
forse troverebbe qualcuno pronto a spiegargli che non è così che si lotta
la mafia, non è così che si costruisce la sinistra, che si libera la
Sicilia... Oggi come ieri a far la storia e a tracciarne l’indice
sarebbero i piccoli maestri che Peppino incontrò sulla sua strada. E che di
lui s’accorsero, si ricordarono e si vantarono dopo che Badalamenti lo
ammazzò.
Io sono tra i molti che non lo conobbero da vivo. Mi è toccato il
privilegio e la croce di raccontarlo da morto, di ritrovare il percorso dei
suoi dettagli, i versi di Pasolini, le tenerezze della madre, l’orgoglio
inconfessato del padre, e poi il senso irriducibile di libertà e di
ribellione di quel grumo di compagni attorno a una radio di paese, la
scapigliatura felice di chi aveva scelto di fare il sessantotto in Sicilia
decidendo di mettere in discussione gerarchie più antiche e più disperate
di quelle che si contestavano alla Statale d Milano.
Quando con Monica Zapelli cominciammo a ricondurre a storia e a trama,
quella vita incredibile, ci accorgemmo che quel ragazzo aveva scoperto
l’arma formidabile dell’ironia come la più naturale delle risposte da
sbattere a muso duro addosso al potere costituito del suo paese. Altrove si
scriveva sui muri «dopo Marx, aprile»; a Cinisi aprile era raccontare il
mafioso Badalamenti come «Tano Seduto», farlo muovere lungo «corso
Luciano Liggio», ribattezzare Cinisi «Mafiopoli». E i mafiosi che non
avevano senso dell’umorismo e in compenso avevano perfettamente chiaro che
cosa sarebbe stato delle loro mitologie se fosse passata impunita la risata
di quel ragazzo, decisero che Peppino non avrebbe dovuto ridere mai più.
Lo so, ci sono serissimi cultori della materia che hanno paragonato questa
immagine di Impastato e il film I cento passi a un cartone animato, una
striscia di puffi, ragazzi bislacchi, cose così. Per loro, raccontare un
ragazzo morto di mafia partendo dalla sua leggerezza suona quasi blasfemo in
un tempo in cui i morti sono tutti martiri, eroi inimitabili, condannati a
restare sempre altro da noi. Peppino era uno di noi. Trent’anni fa e oggi.
Un ragazzo che s’era stufato di sperare in un paese migliore ma il suo
paese voleva cambiarlo e basta. Partendo dal padre, da quella sua famiglia
di onesti gregari mafiosi, dal vecchio padrino Badalamenti. Precursore nel
capire che non ci sono vie di mezzo, laggiù: o stai con loro, e allora ti
adegui, cresci lento e storto ma con radici sicure, lasci che ti potino i
rami più spigolosi, che anche le tue foglie mettano disciplina oppure t’incazzi.
E fai quello che fece Peppino. Ieri come oggi.
Claudio
Fava
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