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archivio - 16 febbraio 2003

Insieme possiamo fermare questa guerra

 

Noi, movimenti, associazioni e organizzazioni impegnate per i diritti e per la giustizia sociale vogliamo un mondo di differenze, di libertà e di rispetto reciproco.

Crediamo che questa guerra, che sia legittimata o meno dall'Onu, sarà una catastrofe per i popoli dell'Iraq che già patiscono le conseguenze dell'embargo e del regime di Saddam Hussein, e per i popoli del Medio Oriente.

Chiunque creda nella soluzione politica e democratica dei conflitti internazionali deve opporsi a questa guerra, perché sarà una guerra che può portare a un disastro globale dalle proporzioni incalcolabili e inimmaginabili.

Crediamo infatti che sia possibile costruire un mondo basato sulla giustizia, sulla pace, sulla solidarietà: siamo per questo convinti che vada rifiutato e respinto in ogni modo il ricorso alla violenza, al terrore e alla guerra per risolvere le contese fra popoli e nazioni.

In questi giorni, in queste ore in cui sembra farsi sempre più concreta l'eventualità di un attacco all'Iraq, ribadiamo con forza la necessità di riaffermare il valore dell'articolo 11 della nostra Costituzione, per il quale l'Italia ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali.

C'è già una opposizione massiccia alla guerra in ogni paese di Europa. Centinaia di migliaia di persone si sono già mobilitate per la pace.

In tutta Italia, centinaia di associazioni e realtà territoriali, gruppi pacifisti e movimenti, comitati di quartiere e consigli comunali, centri sociali e ong, organizzazioni del volontariato laico e cattolico, i sindacati di base e le grandi confederazioni, i missionari francescani, gli studenti, le forze politiche, tanti parlamentari e enti locali, si sono uniti per dire che l'Italia si oppone alla guerra all'Iraq, “senza se e senza ma”, e che si impegna per costruire la pace e la giustizia in Medio Oriente.

Riteniamo che questo messaggio di pace e di giustizia sia in piena sintonia con le parole del Papa e dei Vescovi italiani, che hanno condannato con fermezza l’uso della violenza, schierandosi apertamente e inequivocabilmente contro qualsiasi forma di guerra, e con gli appelli diffusi dai Missionari Comboniani, a conclusione del Giubileo degli Oppressi 2002, nonché da Pax Christi Italia.

Siamo convinti infatti, come don Tonino Bello, che occorre “una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un "dato", ma una conquista. Non un bene di consumo, ma uno striscione d'arrivo. La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio. Rifiuta la tentazione del godimento. Non tollera atteggiamenti sedentari. Non annulla la conflittualità. Non ha molto da spartire con la banale "vita pacifica". Non elide i contrasti. Espone al rischio di ingenerosi ostracismi. Postula la radicale disponibilità a "perdere la pace" per poterla raggiungere. Si, la pace, prima che traguardo, è cammino in salita. Vuol dire, allora, che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi. I suoi percorsi preferenziali e i suoi tempi tecnici. I suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Forse anche le sue soste.  Se è così, occorrono attese pazienti. E sarà beato, perché operatore di pace, non chi pretende di trovarsi all'arrivo senza essere mai partito. Ma chi parte. Col miraggio di una sosta sempre gioiosamente intravista, anche se mai (su questa terra, s'intende) pienamente raggiunta.”

Su queste basi, con questi contenuti, facciamo appello ai cittadini e alle cittadine di Valenzano perché si possa organizzare anche nel nostro paese un’opposizione netta e decisa alla guerra.

 

Possiamo fermare questa guerra.

 

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