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archivio - 2 aprile 2003

  Il tempo, grande scultore

La guerra continua. Piena di sangue. Senza senso. Con crescenti pericoli. Ci vuole tempo, ha detto Bush. Non chiedete quando finiremo il lavoro, ha detto Blair. Quanto tempo chiesto, imposto, a disposizione della guerra. Ma il tempo è stato negato agli ispettori e al loro lavoro che poteva evitare la guerra. Il tempo è stato negato alla politica. Adesso, c’è solo il tempo di guerra. Con un rischio di prosecuzione indefinita. Si parla del “dopo”. Ma è come dire che si accetta ciò che succede “adesso” con impotenza. E questo non è giusto. Fermare la guerra. È velleitario proporlo, in questo inferno? Ma non è forse l’ unico modo per prevenire un ciclo di guerra infinita? È necessario dare forza alla politica, prima che la politica diventi schiava della forza militare. La politica esiste. Nei movimenti e nei governi, nelle chiese e nelle istituzioni internazionali. Farla pesare, dare potere alla politica in questa tragico teatro dell’assurdo, ecco il problema da affrontare. Senza farsi intimidire dalla protervia di chi vorrebbe il dispotismo delle armi. Chiedere il cessate il fuoco può essere una mission impossibile, ma indica l’urgenza dell’iniziativa politica. Infatti solo con il silenzio delle armi può tornare la ragione e il diritto. Cessate il fuoco, dunque. Se non avverrà, la guerra continuerà a lungo. Passando attraverso scontri cruentissimi, attraverso assedi. Vedremo altri mercati bombardati. E altri kamikaze. Vedremo l’intera regione del Medio Oriente trasformarsi in un vulcano. Sì, fermare la guerra, altrimenti la guerra continuerà - anche quando Saddam sarà debellato. Prima che la guerra ci  mpedisca di vivere, ed essere cittadini, al di fuori di questa angoscia politica, culturale, emotiva. In questi giorni gira una domanda: è meglio che la guerra sia lunga, oppure corta? Una domanda sconcertante (oziosa, penosa, fate voi). Sembra inventata dal vecchio Pazzaglia. Pensiamo invece a come agire contro la guerra. L’orizzonte è immenso: fuori la guerra dalla storia.Ci sono gesti e fatti,piccoli e grandi, che guardano in questa direzione. Dimostriamo che non vogliamo rassegnarci alla prepotenza. Manifestiamo. Ostacoliamo la guerra.Continuiamo a mandare fax e telegrammi a Rai e MediaSet, perché la smettano di promuovere la guerra. Continuiamo a chiedere al Presidente Ciampi di tutelare il Paese dalla politica del nostro Governo, una politica complice della guerra. Intanto, rilanciamo la solidarietà: con le popolazioni irachene - c’è il Tavolo di solidarietà di cui anche l’Arci è parte. E con il popolo palestinese che è allo stremo - c’è Attivarci. Ancora: uniamo le forze.Tutte le forze, contro la guerra. Facciamolo a partire dal territorio. Prima o poi bisognerà arrivare a una grande mobilitazione unitaria di opposizione alla guerra. La differenza dei percorsi deve finalmente portare a una confluenza. Facciamo presto. Abbiamo delle responsabilità: innanzitutto verso quelli che soffrono le conseguenze di tanta bestialità. E facciamolo anche a sostegno dei nostri amici, che negli Usa e in Gran Bretagna – i paesi realmente in guerra- si stanno battendo per la pace in condizioni difficili. È il modo più forte anche per costruire istituzioni internazionali capaci di produrre pace e giustizia – a cominciare dall’Onu. E per far sì che l’Unione Europea cammini sulla strada giusta. Il tempo, ha detto Margherite Yourcenar, è un grande scultore. Facciamo in modo che lo scalpello non sia a forma di missile.

 

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